dal libro: " Sotto il segno di Turan dea dell'amore " - 2005

Nei miei precedenti studi: ‘Il Paese dei Tirreni’, Olschki 2003, e ‘Le Origini degli Etruschi’, Nuova S1, 2004, ho sostenuto con argomentazioni linguistiche ma anche archeologiche, filologiche e culturali, e credo di aver dimostrato, l’esistenza nella regione egeo-anatolica sin dai tempi più antichi, di un sostrato ‘mediterraneo’ che possiamo chiamare ‘tirrenico’. Dell’esistenza di questo sostrato ‘autoctono’ dell’area egea e anatolica occidentale abbiamo resti archeologici di enorme importanza nella città di Poliochni, centro commerciale molto più grande della coeva città di Troia , sito sulla costa orientale dell’isola di Lemno, proprio di fronte alla Troade.  Questa città esisteva già nel quarto millennio, e nel terzo raggiunse una superficie di 140 ettari e una popolazione stimata in 1300 individui, con una attività  metallurgica documentata dalle forme di fusione e dai bronzi prodotti in loco, che inizia già verso il 3000 aC, agli albori cioè dell’Età del Bronzo Antico .   Una fiorente attività di abilissimi artigiani orefici è inoltre testimoniata, sempre a Poliochni, dagli ori ivi rinvenuti nel corso degli scavi, tra cui splendidi orecchini, spille e altro, in lamine auree decorate a sbalzo.(fig 1a-1b-1c)  Le oreficerie risalgono almeno agli ultimi secoli del terzo millennio (periodo giallo di Poliochni) e sono pertanto più antiche o coeve degli ori del famoso tesoro rinvenuto a Troia da Schliemann.

Che si trattasse degli avi dei Tirreni di età storica ce lo dicono gli altri insediamenti sull’isola, che continuano Poliochni nel tempo, da Myrina a Koukkonisi a Efestia (fig.2 a-2b), tutti con una marcata vocazione metallurgica, e la documentazione epigrafica che risale all’VIII secolo e continua nel VII e nel VI, sparsa un po’ su tutta l’isola, dal santuario dei Kabiri sulla costa nord a Efestia, e a Myrina sulla costa occidentale.

Tutte le iscrizioni, ivi compresa quelle sulla stele di Kaminia, risalente agli inizi del VI secolo, che documenta la resistenza degli isolani ai tentativi di conquista da parte di Greci prima e di Persiani poi, sono in lingua tirrenica e in un alfabeto derivato da quello greco euboico, derivato a sua volta da quello fenicio. Alcuni caratteri documentano però anche una derivazione diretta dall’alfabeto fenicio, segno di rapporti diretti fra Tirreni e costa del Levante mediterraneo almeno  fin dall’età  alto arcaica., ma certamente molto più antichi, data la presenza accertata di Tirreni alla corte di Sethi I in Egitto già verso il 1300 a.C.-

I  Tirreni dovevano essere insediati fin dalle età più remote, potremmo dire fin dalle origini del popolamento umano della regione, nella zona costiera dell’Anatolia occidentale e sulle isole antistanti (fig.3), ma molti indizi inducono a credere che almeno in età protostorica, e cioè nel terzo e secondo millennio, il Paese dei Tirreni comprendesse anche larghe zone dell’Anatolia occidentale, fino a Beycesultan e la regione dei grandi laghi nell’interno.

I Tirreni chiamavano se stessi in due modi, forse indifferenziati, forse indicanti due gruppi diversi successivamente unificatisi a formare la nazione tirrenica. Le tribù stanziate nell’Anatolia sudoccidentale chiamavano se stesse ‘Rasenna’ da una radice ‘Rasa’ che significava ‘uomini liberi’, né più né meno del nome dei Lidi, che loro succedettero nella regione in età storica, nome derivato dall’indeuropeo *leudh che significa appunto ‘uomini liberi’.  Il loro paese era chiamato dagli Ittiti ‘Paese di Arsaua’, da un originario ‘Rasaua’, cui venne aggiunta una ‘a’ protetica in quanto le lingue anatoliche indeuropee non tolleravano la ‘r’ iniziale di parola.

Le tribù abitanti l’Anatolia nordoccidentale, invece, comprendente la Troade e l’antica regione abitata dai Lidi, la Meonia, inoltre il Paese di Mira e quello di Assuwa, e forse altre zone ancora più a sud, chiamavano se stesse ‘Turranòi’,  nome poi ripreso dagli storici greci.  Questo nome venne coniato dal nome della Grande Dea Madre Terra che aveva creato tutti gli esseri viventi, e quindi anche il Paese e il popolo dei Tirreni, la dea Turan, corrispondente alla più tarda Cibele frigia e Artemide greca.

Il nome di Turan era noto anche agli Egizi, che chiamavano i Tirreni ‘Tursha’, e troviamo mercanti tirreni sepolti nel Fayyum egizio fin dall’epoca di Sethi I (1300 aC).  In Italia, dove giunsero dopo infinite peripezie alla fine del secondo millennio, i Tirreni furono chiamati dalle popolazioni italiche che erano già insediate nella penisola ‘Etrusci’, con metatesi di ‘tur-‘ in ‘tru’ e apposizione di una ‘e’ protetica , analogamente alla ‘a’ che era stata anteposta al nome dei Rasa dai popoli anatolici parlanti lingue indeuropee come Ittiti, Pala e Luvi.

Le immagini della dea Turan si ritrovano in Anatolia in immagini prima di terracotta, poi di pietra, infine di bronzo e anche in metalli preziosi, lungo tutto l’arco cronologico dal neolitico (VIII millennio in poi) fino all’età storica (fig.4a-4b), nella quale abbiamo le immagini della Potnia, la ‘Signora’, rinvenute nell’isola di Lemno e dappertutto nell’area egea.  ‘Potnia’ corrispondeva in greco miceneo al tirrenico Turan, parola che venne adottata dai Greci a indicare anche una signoria politica: ‘tyrannos’, il nostro ‘tiranno’.

Il culto della Grande Dea,  Madre di tutti gli Dei, la Turan dei Tirreni, era praticato in tutta l’area egeo-anatolica. Secondo Stefano di Bisanzio lo stesso nome dell’isola di Lemno sarebbe derivato da quello della Grande Dea[1], la Dea Lemnos divenuta - dopo la conquista ateniese della fine del VI secolo - l’Atena Lemnia. E’ tuttavia possibile che ‘lemnia’ fosse l’epiteto del teonimo Turan, la Signora, madre in primo luogo degli altri dèí, e fra tutti emble­maticamente dei Cabìri, i numi tutelari dell’isola[2]  (secondo O. Carruba da in anatolico kabar), i quali erano anche i maestri e protettori dell’attività fusoria e metallurgica praticata sull’isola dai Tirreni.(fig.5)

                                                                                                                                                                                     

Il teonimo Turan deriverebbe, secondo F. R. Adrados, dalla radice preindeuropea tur che significa ‘fonte’, e infatti la dea era la fonte di vita che aveva creato tutte le cose viventi compreso il suo popolo che da lei aveva preso il nome.

A Vej sopravvive ancora in età storica (396 aC, data della caduta della città ad opera di Camillo) come divinità protettrice della città, il teònimo VENI-TURAN, la IUNO-REGINA dei Romani che trasportarono in Roma l’immagine sacra della dèa per farne la propria protettrice.  Della Veni Turan, Iuno Regina, ci sono pervenute rappresentazioni bellissime di donna seduta con un bimbo in braccio, rappresentazioni che possiamo considerare l’antefatto della nostra Madonna con Bambino, ancora e sempre fonte di vita e protettrice dei deboli e dei diseredati. (fig.6)

Una grande studiosa, M.Gibutas, ha definito la civiltà dell’Europa neolitica come il mondo della Dea Madre o della Grande Dea.

Scriveva Marija Gimbutas nel 1989[3]: “ La Dea era, in tutte le sue manifestazioni, il simbolo dell’unità di tutte le forme di vita esistenti nella natura. Il suo potere era nell’acqua e nella pietra, nella tomba e nella caverna, negli animali e negli uccelli, nei serpenti e nei pesci, nelle colline, negli alberi e nei fiori. Di qui la percezione  universalistica e creatrice del mito della santità e del mistero di tutto quanto è sulla Terra.”  Queste civiltà ,secondo la Gibutas,avrebbero avuto lingue non indoeuropee e sarebbero state connotate da una cultura di tipo matriarcale. Successivamente gli indoeuropei avrebbero sopraffatto il sostrato neolitico paleoeuropeo, sovrapponendo culture di tipo patriarcale..(fig.7a-7b)

 

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